Diario da Mique – La testimonianza di Elisabetta e Flavio

pubblicato il 25 Mag 2017
volontari a mique

Elisabetta, infermiera pediatrica, è partita in marzo con Gabriele, anch’egli infermiere, e il suo compagno Flavio per portare le sue competenze a Mique, in Etiopia. Qui, ormai da un anno, Help for Life ha attivato un progetto per sistemare la strada d’accesso alla clinica e migliorare i servizi sanitari offerti.

Qui la testimonianza di Elisabetta e Flavio.

«E’ trascorso quasi un mese dal nostro rientro dall’Etiopia e non passa giorno in cui io e Flavio non ripensiamo con nostalgia a quel paesino tanto lontano, immerso nel verde in cui un gruppo di persone si adopera giorno dopo giorno affinché la salute possa essere un diritto di tutti.

Abbiamo trascorso due settimane a Mique, nel bel mezzo dell’Etiopia, in una zona in cui le strade asfaltate sono un’utopia, non c’è acqua corrente o potabile, ma solo quella piovana e dei torrenti, e la corrente elettrica è una sorta dono prezioso concesso poche ore al giorno. Per noi, poter fare questa esperienza, è stato un privilegio, nonostante le difficoltà legate all’assenza di luce e di acqua corrente. L’accoglienza che ci hanno riservato le Sisters è stata meravigliosa, come il rapporto di fiducia, stima e collaborazione che si è creato giorno dopo giorno. Ancora oggi riceviamo le loro telefonate nostalgiche dei bei momenti trascorsi insieme. Con loro abbiamo imparato ad adattarci alle condizioni a volte disagevoli del posto e tutto è apparso più semplice e gestibile.

volontariNon solo le suore, ma anche la gente del posto, ci hanno insegnato che una soluzione la si trova sempre e che l’aiuto di tutti è fondamentale per poter affrontare le difficoltà.

Eravamo di rientro da Laku, dove una delle Sister (Michelu) vive e lavora, dirigendo una scuola infanzia frequentata da 120 alunni (circa), quando cominciò a piovere a dirotto. Le strade diventarono ben presto impraticabili, anche la nostra jeep faticava ad andare avanti e improvvisamente fummo bloccati da dei cavi della corrente elettrica caduti per strada. La gente del posto si adoperò per aiutarci, sollevando i cavi caduti con delle scale di legno. Ma la nostra avventura non fin lì: proseguendo verso casa trovammo un cactus di grosse dimensioni in mezzo alla strada che impediva il passaggio della macchina. Dopo qualche vano tentativo di sollevare l’albero a mani nude, sbucarono dai loro “tukul” alcuni uomini armati di accetta e tutti insieme riuscimmo a fare a pezzettini il cactus consentendo così alla jeep di passare.

La prima notte a Mique è stata ricca di emozioni: abbiamo assistito alla nascita di una bellissima bambina, nel modo più semplice e naturale possibile, come forse abbiamo dimenticato essere. Il tutto accadeva in assenza di corrente elettrica. Sister Marta normalmente si occupa delle partorienti: le assiste durante il travaglio e il parto e valuta se ci sono fattori di rischio che richiedano l’invio delle donne in ospedale. Quello più vicino a Mique si trova a Yirga Alem (12 km circa). La piccola nata quella notte aveva tre giri di funicolo intorno al collo, ma Sister Marta ha saputo gestire alla perfezione il problema e noi, che inizialmente eravamo molto preoccupati per le possibili complicanze, abbiamo potuto tirare un respiro di sollievo sentendo la piccola piangere vigorosamente.

Durante la prima settimana abbiamo potuto osservare come venissero gestite le donne incinta e le partorienti. Le prime si recano in ambulatorio il venerdì per eseguire i controlli e la vaccinazione antitetanica (sono previste 4 somministrazioni durante la gestazione). Viene rilevata la pressione della futura mamma, la misurazione della pancia per stabilire le settimane gestazionali e viene valutato il battito cardiaco fetale. Per quanto riguarda le partorienti, possono arrivare in qualsiasi momento. Vengono valutate da Sister Marta e fatte accomodare nella sala travaglio, una stanza allestita con un letto e delle sedie in cui la donna può attendere in compagnia della famiglia la fase espulsiva vera e propria.

Può capitare che le donne partoriscano in casa e che si rechino in clinica per mancato secondamento. Ricordiamo con un sorriso quel giorno in cui si è presentata una donna con una parte di funicolo tra le gambe e guardandoci sconcertati pensavamo a dove fosse finito il neonato e cosa potesse essere accaduto alla donna. Poco dopo è apparsa una signora anziana, la nonna, con in braccio un fagottino rosso. Il piccolo appena nato stava bene e la mamma ci ha raccontato di non aver fatto in tempo a recarsi in clinica e di averlo dato alla luce in casa, da sola. Rendendosi conto però che la placenta faticava ad uscire ha deciso di chiedere aiuto a noi e una volta avvenuto il secondamento in sala parto della clinica si è rialzata ed è tornata a casa con il resto della famiglia che nel frattempo era giunta ad assisterla.

Nelle due settimane che abbiamo trascorso a Mique abbiamo assistito a 4 parti e ogni volta è stata un’emozione grande per tutti. Siamo rimasti sorpresi nel vedere con quale serenità queste donne vivano il momento del parto e allo stesso modo come Sister Marta le assista affinché si sentano sicure e in un ambiente protetto.

La clinica svolge molte attività oltre all’assistenza alle puerpere: offre un servizio vaccinazioni per i bimbi (il mercoledì), visite ambulatoriali ed esecuzione di semique volontarimplici esami ematici e microbiologici ai malati, distribuzione di farmaci, iniezioni e medicazioni di ferite. In queste due settimane ci siamo dedicati prevalentemente alle medicazioni e alle iniezioni ed è stato molto bello vedere come giorno dopo giorno ci sia stato uno scambio di idee e conoscenze tra personale sanitario locale e noi. Se durante i primi giorni, in cui ancora non ci si conosceva bene, ognuno svolgeva le proprie mansioni in modo autonomo, nei giorni successivi abbiamo assistito ad un crescente interesse nelle attività che svolgevamo noi e allo stesso modo noi eravamo incuriositi nel vedere come venissero fatte le visite ai malati, gli esami e le diagnosi dal personale locale.

Alla fine delle due settimane lo scambio era quotidiano e si era creato un bel rapporto di collaborazione tra tutto il personale sanitario presente.

Non credo sia facile raggiungere questo obiettivo e sicuramente c’è ancora molto da fare, ma questi sono stati dei piccoli passi per migliorare la qualità dell’assistenza fornita. Un caso emblematico è stato quello di un ragazzo di 18 anni che si è presentato in clinica con una tubercolosi cutanea in stadio molto avanzato, che aveva coinvolto le regione del collo e la regione sacrale creando ascessi molto profondi. La prima cosa che ho pensato è stata “com’è possibile arrivare a ridursi così?”… e non ero l’unica ad esserselo domandato. Sister Marta ha prontamente chiesto e successivamente rimproverato la famiglia per essersi affidata per 8 mesi alla “medicina tradizionale”.

Per le suore, che ogni giorno si adoperano nella clinica, è molto frustrante vedere quanta gente continui ad affidarsi alla medicina tradizionale temendo la medicina moderna. Abbiamo cercato di fare del nostro meglio con le risorse a disposizione, pulendo accuratamente le lesioni e applicando delle medicazioni che fossero facilmente ripetibili dal personale locale. Era veramente sconvolgente vedere come una persona di fronte a tale dolore potesse restare immobile, sopportando fino alla fine ogni manovra che era necessario fare. Dopo la medicazione gli è stata consegnata la terapia farmacologica che dovrà assumere per molti mesi, sperando che possa riprendersi. Le Sisters ci hanno raccontato che la gente del posto crede che le iniezioni che vengono fatte in clinica possano portare alla morte…. ecco uno dei motivi per cui fanno tanta fatica a rivolgersi prontamente a loro quando stanno male.

infermieri volontariE’ stato molto commovente vedere come la comunità sia presente nei momenti di difficoltà, specie quando una piccola di due settimane rimane orfana di madre perchè quest’ultima si è fidata di partorire nel suo tukul nonostante le esortazioni di Sister Marta a recarsi in clinica. Una mattina si sono presentate due donne con una bimba avvolta in un telo colorato raccontando la triste storia della piccola chiedendo aiuto con il latte in polvere. Per quanto una delle due donne abbia tentato di allattarla non era sufficiente a garantirle il fabbisogno quotidiano di latte e vedendo che la piccola non cresceva, dopo due settimane dalla tragedia, si sono decise a chiedere un aiuto. Dopo aver visitato la bimba, che era comunque in buone condizioni, abbiamo dato alla donne due pacchi di latte in polvere spiegando scrupolosamente come prepararlo. Mentre ci prendevamo cura della piccola, vestendola e dandole il suo primo biberon di latte, si è radunata la comunità (zie, zii, vicini di casa) che è stata pervasa da un moto di commozione collettiva e non finiva più di ringraziarci.

Quando mi chiedono perchè abbia deciso di usare le mie ferie per fare questo tipo di esperienza mi basta raccontare qualche aneddoto che appare tutto molto chiaro. Non ho la presunzione di credere di aver cambiato le cose, di aver salvato qualcuno o di essere stata fondamentale nella vita di queste persone. Sono sicura che i cambiamenti possano esserci se c’è costanza, collaborazione, umiltà e se si entra a far parte di queste realtà in punta di piedi. Spesso mi sono chiesta se quello che stavamo facendo significasse qualcosa, cosa avremmo lasciato lì e cosa ci saremmo portati a casa. Ancora fatico a trovare risposte ma so che con il tempo arriveranno. Quando ripenso all’Africa, alle sue contraddizioni, alle sue assurdità ma anche alla sua gente meravigliosa, ai sorrisi dei bambini, ai suoi paesaggi surreali vengo pervasa da una nostalgia immensa e spero solo di poterci tornare presto.»

Elisabetta Lofoco

 

volontari a mique«Credo siano molte le incognite e le perplessità che possono passare per la testa di una persona quando si trova davanti alla scelta di dedicarsi ad una esperienza di volontariato: oltre alla buona volontà, bisogna fare i conti con tempo e denaro, ed infine con le difficoltà organizzative e i potenziali problemi. È solo grazie al costante impegno e il lavoro compiuto dalle associazioni quali Help for Life, chi sceglie di dedicarsi a questo di attività ha la concreta opportunità di fare esperienze simili.

Dietro alla attività svolta alla Missione di Mique, c’è infatti lo sforzo compiuto da tutte le persone della associazione, che hanno partecipato alle attività ed hanno permesso l’invio del personale medico.

Una cosa che deve essere chiara: andare a fare del volontariato non vuol dire andare a fare un bel viaggio. Sicuramente è una esperienza incredibile, ma prima di tutto vuol dire andare a “lavorare”.

Lavorare però immersi in una quotidianità totalmente estranea da quella che viviamo “a casa” e vivere in modo “diverso” è una opportunità estremamente rara ed inappagabile, tutt’altra cosa rispetto al fare una esperienza “preconfezionata”, in cui si prende contatto con un’altra cultura all’interno di una bolla di vetro..

volontari a mique

La mia decisione di fare da “accompagnatore” al personale dell’Ospedale di Padova che avrebbe prestato servizio presso la clinica di Mique è stata dettata non solo dal fatto che Elisabetta – la mia ragazza – ha avuto la fortuna di poter fare questa esperienza, ma anche dalla curiosità di vedere in prima persona quell’Africa che è possibile vedere solo tramite il filtro dei media.

Sin dall’arrivo all’aeroporto, e dal lungo tragitto che da Addis Abeba ci ha portato a Mique mi sono reso conto di come allontanandosi dalla città la fame e la povertà fossero sempre più percepibili; il paesaggio andava man mano trasformandosi, facendo gradualmente sparire infrastrutture “scontate”, case, cartelli, strade..  fino ad arrivare a Mique, dove oltre alle strutture della missione, immerse nel verde ci sono solo capanne e sentieri.

La missione è un complesso di edifici (gli unici in pietra nel raggio di chilometri..) che comprendono la chiesa, la clinica, la scuola e le abitazioni delle suore e dei prete. Nei terreni circostanti ci sono degli orti e dei frutteti, e una piccola stalla. Non c’è una rete idrica, ma solo pozzi e cisterne; i pericolanti pali della luce portano corrente solo qualche ora al giorno.. e non tutti i giorni. Il cellulare difficilmente trova campo per telefonare, e la connessione ad Internet è ancor più difficoltosa.

È stato sorprendentemente naturale instaurare un legame assieme al gruppo di Suore che ci ha ospitato e si è preso cura di noi: dopo qualche giorno, in cui in maniera molto rispettosa, abbiamo imparato a conoscerci, abbiamo subito iniziato a ridere e scherzare assieme. È il loro impegno e la loro dedizione che permettono alla struttura di Mique di prestare servizio alla popolazione locale.

La loro esuberanza e le loro risate sono uno dei più bei ricordi che ho portato a casa.

Con la popolazione del villaggio è stato un po’ più complesso riuscire a costruire un rapporto: queste difficoltà, a parer mio, sono dovute parzialmente dalle nette differenze culturali, un po’ dalla “paura del diverso”, ma anche per gli “schemi comportamentali” tipici a cui noi “occidentali” li abbiamo abituati ad interagire: solo alla fine delle 2 settimane, si erano abituati alla nostra presenza ed si poteva passeggiare senza essere assaliti dalle richieste di “caramelle” o Tshirt…

L’assenza di elettricità, acqua corrente, e telefono sono privazioni che ho imparato ad amare.

L’assenza di luce artificiale mi ha permesso di vivere la vita ad un ritmo differente: alzarmi con il sole, e dormire con la luna; il silenzio surreale delle notti africane è da pelle d’oca.

Non essere “connesso”, non avere televisione o cellulare mi ha permesso di dedicare più tempo alle cose più semplici e genuine: leggere un buon libro, fare passeggiate nella natura, giocare con i bambini. Ma soprattutto, l’esperienza di vivere in comunità e lavorare tutti assieme, mi ha fatto riscoprire i momenti di convivialità, il senso di “famiglia”: mangiare tutti assieme, raccontarci le giornate, scherzare e prendersi in giro, e giocare a carte dopocena.

Una delle preoccupazione che avevo prima della partenza, era quella di non disporre di specifiche competenze: non solo non ho alcun tipo di preparazione medica, ma non ho particolari professionalità manuali (idrauliche, elettriche o di falegnameria..). Con il senno di poi, non riesco a smettere di ridere: laggiù da fare ce n’è tanto, e per poter fare qualcosa di utile basta solo la buona volontà.

flavio volontarioDopo aver sistemato e messo a disposizione delle Suore il materiale (vestiti e calzature) che avevamo portato con noi, in maniera tale che potessero distribuirlo alla popolazione più bisognosa, ho chiesto di potermi mettere a lavorare nel loro bellissimo orto che purtroppo era trascurato.

Inizialmente le Suore per educazione non volevano farmi fare fatica, e non appena mi avvicinavo ad uno dei 2 attrezzi in loro possesso (una zappa ed un rastrello…) subito arrivava Waisso (un ragazzino di 12 anni che è stato il mio “angelo custode” per il tempo passato alla missione) e si metteva a lavorare al mio posto: fortunatamente, dopo una giornata passata a cercare di lavorare “di nascosto”.. sono stato libero di mettermi a pulire l’orto e zappare a pieno regime.

Io, Waisso, (e talvolta il custode Tongola) abbiamo provveduto a ripulire e ripristinare quasi completamente tutte le aree dell’orto, e dei campi attorno alla clinica, riuscendo infine a seminare moltissime delle semenze che avevamo portato dall’Italia: pomodori, zucchine, ravanelli, fagioli, mais, ecc. Avendo a disposizione più attrezzatura, o più sementi, sicuramente avrei potuto fare di più: ho già fatto la lista di materiale che potrebbe tornare utile nella prossima occasione..

Dopo 2 settimane, la fatica è stata molta, ma la soddisfazione ancor di più: nonostante le vesciche e la calura del sole africano, vedere che giorno dopo giorno l’orto tornasse a prendere forma, e che stessero spuntando i primi germogli, è stata davvero una bella sensazione, che mi ha fatto esultare dalla gioia, e ricorderò sempre.

Le due settimane vissute a Mique a marzo 2017, sono state per me un privilegio, ed una esperienza che auguro a tutti di poter vivere almeno una volta nella vita. Sono convinto però, che una volta che una persona compie una scelta simile, difficilmente scelga di non ripeterla nuovamente.»

Flavio Puppin

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